Clamoroso: le controanalisi scagionano Vania Rossi

Caso Rossi, le controanalisi
non confermano la positività

La compagna di Riccardo Riccò era risultata positiva all’Epo di terza generazione. Nel test sul campione B non sono stati rinvenuti i livelli minimi di Cera indispensabili a soddisfare i criteri della Wada. Il caso ora passa alla Procura Antidoping del Coni

 

Vania Rossi è stata campionessa italiana di cross. Bettini

Vania Rossi è stata campionessa italiana di cross. Bettini

MILANO, 2 aprile 2010 – Clamoroso: il caso di Vania Rossi non è chiuso. La 26enne di Torriana (Rimini) era risultata positiva al Cera, l’Epo di terza generazione, il 10 gennaio scorso in occasione dei campionati italiani di ciclocross. Al Cera proprio come il compagno Riccardo Riccò, positivo al Tour 2008 e rientrato in gruppo da pochi giorni dopo la fine dei 20 mesi di stop. La Rossi però si è sempre professata innocente, chiedendo le controanalisi. E oggi il Coni ha fatto sapere che “nel campione B sottoposto ad analisi di revisione, effettuate nei giorni dal 29 marzo al 2 aprile 2010, per Vania Rossi, tesserata della Federazione Ciclistica Italiana, non sono stati rinvenuti i livelli minimi di Cera indispensabili a soddisfare i criteri della Wada. Nel campione "A" invece le analisi di screening, effettuate a gennaio 2010, avevano mostrato la netta presenza di Cera nel campione, soddisfacendo pienamente i criteri di positività della Wada. In entrambi i casi gli esiti analitici dei test sono stati confermati – come da normativa Wada – anche dal Laboratorio di Chatenay-Malabry, in Francia. Il Coni ha definito l’atleta “non positiva” alle controanalisi. Ora il caso passa alla Procura Antidoping del Coni: ed è evidente che si tratta di un caso ancora aperto.

"VICENDA NON CHIUSA" — Il capo della procura antidoping del Coni, Ettore Torri, ha spiegato di essere intenzionato a "esaminare nei prossimi giorni il caso, anche con l’ausilio di propri esperti, per una valutazione completa ed eventuali provvedimenti". Il direttore del laboratorio antidoping di Roma, Francesco Botrè, ha invece approfondito la questione dal punto di vista tecnico-scientifico: "Prima non lo sapevamo, ora sì e per questo abbiamo subito informato la Wada di una novità che ha evidenti connotati scientifici: nelle urine il Cera si degrada prima che nel sangue". E’ stato Botrè ad avere riscontrato livelli di cera "significativi" nel campione A delle urine del test del 10 gennaio scorso ed è stato ancora lui a trovarsi di fronte in questi giorni una inattesa "non positività" in sede di controanalisi (tra l’altro è la prima volta che accade da quando è stato istituito il nuovo laboratorio antidoping). "Ma questo – spiega Botrè – non significa che nel campione B, quello analizzato in questi giorni, il Cera non ci fosse, anzi. Solo che non è sufficiente a soddisfare i parametri minimi richiesti dall’agenzia mondiale".

È stato effettuato, d’intesa con la difesa dell’atleta, anche un ulteriore test, "ma nel relativo gel si è evidenziato un segnale seppur debole nella zona del Cera. Tutto questo indica un processo di degradazione del Cera in urina che, essendo risultato più rapido rispetto ad altri campioni positivi per la stessa sostanza, riduce l’intensità del segnale". Il laboratorio di Roma finora è stato l’unico al mondo a trovare il Cera nelle urine e nessuno aveva valutato i tempi di deterioramento nei campioni non ematici. "Infatti oggi la Wada mi ha ringraziato per l’immediato allerta, la vicenda verrà inserita nella casistica internazionale perché episodi di questo genere non si ripetano".

Fonte articolo e foto: www.gazzetta.it

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